Recensione a Tenere insieme di Riccardo Donati (su Semicerchio)

Una recensione articolata e approfondita da parte di Riccardo Donati, che subito coglie il disegno delle “pale poetiche”, come lo avevo immaginato io.

Tenere insieme è una ‘pala poetica’ divisa in tre ante, ciascuna delle quali incornicia un lasso di otto anni – Uno (1995-2002), Due (2003-2011) e Tre (2012-2019) – ed è scandita da cinque sottosezioni. Sarebbe improprio considerarla un’auto-antologia dato il lavoro di riscrittura e risistemazione concettuale cui Del Sarto sottopone la propria opera pregressa (ma non mancano inediti). Non è del resto la prima volta che lo scrittore apuano rivede componimenti già pubblicati e li articola in un nuovo assetto. Un agile volumetto di Poesie scelte (1996-2013) è apparso giusto otto anni or sono (2014) per i tipi delle Edizioni Progetto Cultura; la silloge ospitava testi tratti dal libro d’esordio I viali (Atelier, 2003) e dal successivo Sul vuoto (Transeuropa, 2011), montati secondo una diversa disposizione. Al 2017 risale poi Il grande innocente (Aragno), lavoro accompagnato da un intervento critico di Laura Pugno. A detta dello stesso autore, le tre raccolte compongono «una sorta di trilogia del tempo» centrata sulla «vicenda di Gabriel, personaggio che assume in sé l’arcangelo biblico, il Gabriel de I morti di Joyce, il narratore (voce spesso assai prossima all’autore storico, in carne ed ossa) ed altri Gabriel che la letteratura e la vita mi hanno fatto incontrare» (così la Nota che chiude Il grande innocente). Ma più che a un tentativo di storicizzarsi, il disegno stratificato di Tenere insieme risponde a un’esigenza di rincorrersi avanti e indietro lungo l’asse temporale: registra cioè un percorso esistenziale per vedute successive, per progressivi slittamenti biografici e memoriali. Lo si potrebbe paragonare a una tela pittorica, a un autoritratto che ai raggi X rivela un sovrapporsi di forme (gesti, vicende, pensieri, patimenti e malie) sepolti ma non perduti. I ritratti più recenti non annullano i più antichi: semmai li inglobano, e i tanti sé che il calendario e le circostanze moltiplicano sono ‘tenuti insieme’ dalla fedeltà al personaggio-Gabriel, la cui ombra si distende ovunque – et pour cause, se consideriamo che l’angelo dell’Annunciazione è il patrono delle comunicazioni e che l’autore si occupa professionalmente di consulenza e formazione. La Ghost Track conclusiva chiude il cerchio onomastico-identificativo su una nota luttuosa, ma non lugubre, e anzi di apertura vitale, forse addirittura di redenzione.

Rileggendo in questo nuovo assetto (e alla luce delle varianti) l’insieme della produzione di Del Sarto troviamo confermata l’impressione di un pronunciato montalismo su cui si innestano suggestioni provenienti da voci avvertite come affini (un canone privato che comprende, tra gli altri, Vittorio Sereni, Pier Luigi Bacchini, il compagno di strada Guido Mazzoni). Si tratta di una scrittura ad alta temperatura spirituale centrata su un profondo bisogno di contemplare e interrogare l’esistente, scandagliandolo con allarmata intelligenza. Una poesia dell’appartenenza, segnata da una fedeltà totale ai luoghi che imprigionano tracce più o meno vistose di biografia. I paesaggi familiari sono percepiti, per così dire, contro sole: epifanie di un momento, soggette alla labilità fenomenica della meteorologia e della vita. Queste variazioni infinitesimali avvengono però entro un sistema di coordinate saldo ed essenziale: la marmorea verticalità dell’Alpe e l’orizzontalità smaltata di luce della spiaggia, le sagome dai cromatismi squillanti della vegetazione e la spenta volumetria degli insediamenti umani (tra stanze domestiche incastonate di presenze care e l’intarsio geometrico di quei teatri della solitudine che sono i non-luoghi globalizzati).

Il corpus – a oggi – complessivo dei versi di Del Sarto evidenzia una prassi autoriale che poco aspira al racconto, e che semmai opera per condensazione, assemblando aree di esperienza apparentemente molto distanti, rispetto alle quali il soggetto scrivente è chiamato a fungere da agente federatore. Tra i motivi conduttori, e aggregatori, spiccano la natura, la famiglia, il mestiere, le circostanze esistenziali, l’avvicendarsi ipnotico delle stagioni in una località balneare («quest’estate è il quotidiano ripetersi / delle età e quant’altro chiamo casa»), le epoche non vissute ma sognate con forza, il confronto frontale con le ceneri fumanti della Storia. Ampio spazio occupa il trauma antenatale e per così dire primigenio della morte del nonno, caduto giovanissimo durante la lotta di Liberazione, figura che si accampa sulla pagina come modello inarrivabile, genio custode, interlocutore ideale anche perché mancato.

Immersi in un mondo che è una totalità indivisibile, ma eterarchica – secondo il concetto di ‘eterarchia’ proposto da Hofstadter – di bellezza e orrore, i vari Gabriel sono ombre fugaci, rincorse nella loro trascorrente esistenza. Eppure il transeunte non è la dimensione ultima di questa poesia. Nell’atomizzarsi delle esperienze, causa di smarrimento continuo, la pagina di Del Sarto si proietta oltre la temporalità del presente, al di là degli strati superficiali della realtà, imprimendosi su un fondale metafisico di matrice vetero e neotestamentaria. Ricognizioni empiriche e introversioni meditative, sintesi concettuali e stupor creaturale sollecitano una forma di empatia, di intimità col mondo, e, traguardo ultimo (aspirazione e rovello), lasciano intravedere un’incerta promessa di salvazione: «come ci stringe questa attesa, e come / si tramuti ancora la speranza / nella disperazione di un avvento infinito». La prospettiva di un’«altra salvezza» di cui si legge in uno degli ultimi componimenti, The Lasting Life (che credo debitore del pensiero di James Hillman), evoca un’idea di parola come scommessa sulla raffigurabilità del destino creaturale prossima all’ottica energetico-archetipale del Bachelard di La poétique de la rêverie.

Stilisticamente quella di Del Sarto è una scrittura accorta, controllata, sensibile agli effetti di pathos che tuttavia non vengono perseguiti programmaticamente. Qualche costrutto, qualche scelta lessicale mira in maniera un po’ forzosa al conseguimento di un prestigio tonale secondo canone (soprattutto nelle prime prove), ma perlopiù la voce autoriale riesce a modularsi con naturalezza in strutture coese, nitide e bilanciate, distribuendo con felice misura le proprie risorse espressive, giocando quando opportuno la carta della reticenza. Tra le costanti della sua tecnica espressiva emergono la predilezione per lo stile nominale, gli infiniti con funzione tra il narrativo, l’ingiuntivo e il meditativo, un sistema analogico che fa balenare cortocircuiti tra paesaggio e soggettività (conta forse qui la lezione di Turoldo). Talora l’esperienza è brillantemente risolta in immagine; un caso per tutti: «estero su estero», sintagma commerciale che fotografa una condizione esistenziale. Il carattere gnomico di alcune liriche è denotato grammaticalmente dal presente assoluto, cui il poeta affida il compito di fissare in sentenza certe consapevolezze faticosamente acquisite: «le virtù rinfrancano, ci fanno più miti», «tramandare è dolore e non lo sapevo», «soffrire fonda la serietà della vita», «la rabbia, sempre, cancella la bontà», «la memoria è non ricordare tutto quello che vorrei». Nei componimenti legati in serie si avverte talvolta una caduta di tensione sul piano dell’invenzione ideativa e realizzativa, ma i testi più riusciti per tono, ispirazione, tenuta formale e fermezza della voce, tra i quali annovererei Le velate lontananze, Basket e l’intero ciclo Il grande innocente, appartengono alla vena migliore della poesia italiana degli ultimi decenni.

                                 (Riccardo Donati)

 

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